13-14 febbraio ore 21.00 e 17.30
di Beppe Lopez
con Paolo Panaro
La vita di Iangiusand’ è fin dall’inizio sotto una cattiva stella. Frutto dell’ultima notte d’amore vissuta dai genitori, la bambina nasce assolutamente non voluta, in un quartiere popolare di Bari negli anni Trenta, in una famiglia con tante bocche da sfamare e troppi pochi soldi. Sua madre la considera solo una disgraziata e, in qualche modo oscuro, responsabile della morte del marito. Per reazione Iangiusand’ sviluppa il carattere che le fa meritare il soprannome di ‘Capatosta’ e le permette di sopravvivere. Diciotenne, Capatosta viene corteggiata da Cilluzz’, il figlio del pescivendolo. Per non darla vinta alla madre che non approva, fugge con Cilluzz’, che pure non ama, compromettendosi irreparabilmente. Il danno è fatto. Capatosta viene ripudiata dalla famiglia e si trasferisce in casa del pescivendolo, dove la attende una vita infame, in un ambiente miserabile, con un fidanzato senza carattere che la picchia continuamente nell’inutile tentativo di sottometterla. Un miscocosmo disgraziato e feroce dominato dal patriarca Martamè Cioladoro, padre di Cilluzz’, da sua madre, la buona e devota Tarattè, e dal silenzioso onnipresente aiutante della pescheria Uelin’ il Provolone. Raccontata con una lingua di prorompente vigore, intarsiata con delicatezza da un dialetto espressivo e scontroso, Capatosta si distingue per la sua attenzione a un contesto sociale italiano raramente rappresentato e pressoché sconosciuto, quello nel quale non esistono ne i valori del mondo rurale e men che meno quelli cittadini, un mondo dove non ci sono più i contadini e non ci sono ancora gli operai, non c’è più il Sud magico ma nemmeno quello moderno.
