Questa sorte di genti riapre il processo alle avvelenatrici di Roma e alla figura di Giulia Tofàna, trasformando una vicenda realmente accaduta in un’opera contemporanea sospesa tra indagine, memoria e leggenda.
Le fonti raccontano interrogatori, confessioni, condanne e una rete di donne accusate di aver fornito veleno a chi voleva liberarsi da un matrimonio. Ma quando il processo si chiude, la storia non smette di essere riscritta. Documenti e testimonianze vengono progressivamente affiancati da racconti, fantasie e versioni contraddittorie.
È proprio in quello spazio incerto che nasce lo spettacolo: non per consegnare al pubblico una verità già decisa, ma per rimettere le prove sul tavolo.
Il presente è quello dell’interrogatorio. Stefano Bracchi conduce il processo e le parole degli imputati diventano musica: interrogatori, deposizioni e sentenze appartengono al mondo del canto.
Ma ogni testimonianza apre una crepa. Da quella crepa emerge il passato: frammenti di vita, incontri, paure, relazioni e ricordi prendono corpo attraverso il teatro di prosa.
Più il processo avanza, più i due mondi smettono di essere separati. La memoria invade il presente, il documento si confonde con il racconto e ciò che sembrava certo diventa improvvisamente ambiguo.
Chi erano davvero le donne finite davanti alla giustizia pontificia? Assassine organizzate? Donne che vendevano una via d’uscita in una società che ne offriva pochissime? Personaggi trasformati dalla cronaca in mostri?
Lo spettacolo non cerca una risposta semplice. Mette in attrito ciò che sappiamo con ciò che crediamo di sapere e lascia emergere tutte le contraddizioni di una vicenda diventata, nei secoli, sempre più grande dei documenti che l’hanno originata.
Il processo del 1659 ha già avuto i suoi giudici. Questa volta, però, l’ultimo tribunale è il pubblico.